Il welfare non rappresenta soltanto una voce di spesa pubblica, ma anche una leva strategica per la crescita economica del Paese. È quanto sottolineato da Valerio De Molli, intervenuto a margine del Forum “Welfare, Italia” 2026, rispondendo alle domande dei giornalisti sul valore del sistema di protezione sociale e sulle sfide che attendono l'Italia nei prossimi decenni.
«È uno straordinario valore economico per il Paese», ha affermato De Molli, richiamando le analisi condotte da TEHA sul peso industriale del comparto. Secondo i dati illustrati, il welfare rappresenta un settore capace di generare occupazione, ricchezza e benessere, con dimensioni superiori a quelle di comparti tradizionalmente considerati centrali per l'economia italiana.
«Per numero di occupati, per valore della produzione, per il valore generato nel sistema Paese, è un comparto che pesa più di tutta la manifattura messa insieme, il 10% in più», ha spiegato. Il confronto diventa ancora più significativo prendendo come riferimento l'agroalimentare: «Se isoliamo l'agri-food, che è tanto celebrato nei suoi successi globali, stiamo ragionando del 50% in più di dipendenti e di valore». Per De Molli, dunque, il welfare è «certamente un'area dove il Paese può creare ricchezza, benessere e salute duratura per i cittadini». Una potenzialità che deve però confrontarsi con il problema della sostenibilità finanziaria nel lungo periodo.
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Il nodo principale riguarda l'evoluzione della spesa nei prossimi anni. De Molli ha ricordato che attualmente l'Italia destina alle quattro direttrici del welfare circa 700 miliardi di euro, una cifra destinata a crescere significativamente se le tendenze attuali dovessero proseguire.
«Oggi noi spendiamo sulle quattro direttrici del welfare circa 700 miliardi di euro. Se proiettiamo in avanti l'andamento di crescita della spesa che è già evidente nei fatti, passeremo il trilione di euro entro il 2037», ha dichiarato. Un andamento che, secondo De Molli, rende necessario intervenire fin da ora per preservare la tenuta del sistema. «C'è molto da fare per renderlo sostenibile», ha sottolineato, evidenziando la necessità di investimenti e nuove strategie di sviluppo.
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Tra le sfide più rilevanti per il futuro del welfare, De Molli ha indicato il declino demografico, destinato a incidere non soltanto sulla sostenibilità della protezione sociale, ma anche sulle prospettive di crescita economica.
«Qui c'è un tema chiave per il futuro dell'Europa e del Paese», ha osservato, richiamando le proiezioni dell'Istat al 2080. Nello scenario più sfavorevole, l'Italia potrebbe perdere 20 milioni di abitanti, mentre anche quello più favorevole prevede una riduzione di 10 milioni. De Molli ha quindi illustrato le possibili conseguenze economiche del calo della popolazione, precisando che si tratta di un esercizio teorico e non di una previsione.
«Questo avrebbe un impatto teorico, non è una previsione la mia, ma una proiezione in avanti, tenendo fermi gli altri fattori di input, di contrazione del Pil tra il 6 e il 10%», ha spiegato. Da qui la necessità di individuare nuove opportunità di sviluppo e rafforzare la capacità del Paese di sostenere il proprio modello sociale. «Occorre presto generare altre direttrici di crescita e soprattutto fare quelle iniziative, quegli investimenti che possono rendere sostenibile il modello di cui siamo tutti così orgogliosi», ha aggiunto.
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Una delle principali opportunità individuate da De Molli riguarda il settore sanitario e, in particolare, l'economia legata all'allungamento della vita.
«Il nostro Paese ha fatto già fino ad oggi molto bene», ha affermato, citando i dati del rapporto Wealth of Italy 2026. «Abbiamo fatto crescere la spesa sanitaria del 32% negli ultimi sei anni, in valore assoluto, e stiamo facendo dei miracoli, perché con risorse inferiori rispetto al Pil di altri Paesi stiamo tenendo in piedi un sistema che funziona». Secondo De Molli, proprio a partire dai risultati raggiunti occorre sviluppare una strategia più strutturata, capace di trasformare la longevità in un'opportunità economica e sociale.
«Dobbiamo insistere in questo ambito e pensare alla longevity economy come a un'industria vera e propria», ha sottolineato, ricordando che Paesi come Germania, Francia, Singapore, Spagna e Portogallo hanno già sviluppato strategie specifiche. La sfida, ha spiegato, non consiste più soltanto nell'allungare l'aspettativa di vita, ma nel garantire qualità e benessere agli anni successivi al pensionamento.
«Abbiamo passato anni a capire come dare vita agli anni e adesso dobbiamo occuparci di trovare il modo di riempire quello spazio che va da 30 a 40 anni di vita dei cittadini dopo la pensione», ha concluso, richiamando una prospettiva nella quale la longevità si avvicina sempre più alla soglia dei cento anni.
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